LEONARDO REGANO
ART CURATOR, CRITIC & ART HISTORIAN
Francesco Gennari
PERCHÉ MI GUARDI COSì
a cura di LEONARDO REGANO
dal 2 – 14 febbraio 2026
LabOratorio degli Angeli, via degli Angeli 32, Bologna
Perché mi guardi così?
La domanda che dà titolo alla mostra di Francesco Gennari al LabOratorio degli Angeli appartiene al linguaggio comune, alla sfera dell’ordinario. È proprio in questa apparente semplicità, tuttavia, che si concentra la forza di un’indagine che assume il quotidiano come proprio campo d’azione privilegiato. L’intervento site-specific nell’ex Oratorio di Santa Maria degli Angeli si articola attraverso un’architettura concettuale di misurata precisione: l’artista immagina un “aperitivo” in cui non ci sono persone, non c’è un bar, non ci sono bicchieri. Ne restano soltanto le forme geometriche dei liquidi, tradotte in sculture di bronzo collocate su piedistalli in legno, che materializzano un momento sociale per sottrazione, attribuendo all’assenza degli interlocutori una densità quasi mistica. Gennari esplora così il territorio dell’ordinario e lo trasforma in materia scultorea, elevando l’esperienza quotidiana a campo poetico e concettuale. Come scrive Georges Perec in L’infra-ordinario, si tratta di «interrogare ciò che sembra talmente ovvio da non meritare la nostra attenzione»: non gli eventi straordinari, ma «quello che succede veramente, quello che viviamo»,[1] il banale assunto come oggetto di riflessione filosofica ed estetica.
L’uso del bronzo non è casuale. Gennari costruisce nel tempo un vero e proprio alfabeto di materiali - acciaio, marmo, vetro di Murano, oro, gin, farina, sciroppo di menta, bucce d’arancia – ciascuno investito di una valenza simbolica, alchemica o trasformativa.[2] Come ha osservato già Lorenzo Giusti, «i materiali sono espressione di una condizione complessa dell’Io, che coinvolge mente e corpo […]. Il metallo, con le sue specifiche proprietà chimiche e la sua definita connotazione fisica, è il materiale più adatto per esprimere uno stato d’animo».[3] Il bronzo, in particolare, con la sua nobiltà storica e la capacità di registrare il tempo attraverso le patine, diventa qui il supporto ideale per forme che alludono alla volatilità dell’alcol e all’effimero del momento conviviale. Si attiva così un paradosso deliberato per cui la permanenza del bronzo fissa ciò che, per natura, è destinato a dissolversi, evaporare, disperdersi. L’intervento si manifesta in modo silenzioso e raccolto, come un segno che si inscrive con discrezione all’interno di uno spazio carico di storia e di risonanze simboliche. Questa operazione si innesta in una poetica del vuoto che richiama l’estetica della filosofia zen: il ma (間), non semplice assenza ma spazio attivo e generativo, e lo yohaku no bi (余白の美), la bellezza dello spazio non occupato. Al tempo stesso, il vuoto messo in scena da Gennari evoca una dimensione metafisica dell’enigma: il mistero di un’azione compiuta in assenza dell’uomo, come nelle piazze vuote di Giorgio de Chirico, dove l’assenza si traduce in una presenza spettrale, in uno sguardo che sembra esistere senza mai incontrare nessuno. Chi muove quello sguardo, e chi è il «mi» che ne subisce l’azione?
In questa domanda risuona con forza la riflessione sull’io (e sulla sua instabilità) che attraversa la ricerca di Francesco Gennari sin dagli esordi, quando, appena ventenne, concepì la sua prima opera scrivendo al centro di un foglio «Io sono Francesco Gennari». La radicalità programmatica di quel gesto si è sedimentata in tutti i lavori successivi, nei quali la pratica dell’autoritratto non registra la fisionomia dell’autore, ma gli slittamenti percettivi, le tensioni emotive e le atmosfere che definiscono la sua - e la nostra - presenza nel mondo. L’io di Gennari non si offre mai come unità stabile, ma come campo di forze mutevole, segnato da una condizione di costante scarto e sdoppiamento. L’identità emerge per sottrazione, non come certezza ma come interrogazione: uno sguardo che guarda e insieme viene guardato, instabile e in continuo divenire, in cui l’autoritratto si configura come esperienza relazionale tra artista, opera e spettatore. In questo senso, Gennari assume la posizione di spettatore di sé stesso, mettendo in crisi la coincidenza tra soggetto che produce e soggetto che osserva.
Questa tensione attraversa in modo emblematico anche i lavori in cui l’autoritratto si affida a materiali instabili e deperibili, come in Autoritratto su menta (con camicia bianca) (2025), in cui l’immagine dell’artista è affidata a una sostanza destinata a mutare, evaporare, alterarsi nel tempo. Qui l’identità non è fissata ma esposta a un processo di trasformazione continua: l’autoritratto non restituisce un volto, ma una condizione temporanea, fragile, aperta alla dissoluzione. La ricerca sull’io si costruisce così attraverso il corpo e l’esperienza emotiva, assunti come strumenti di misura e di orientamento nel mondo. Francesco Gennari ha più volte dichiarato di lavorare a partire dall’osservazione dei propri stati interiori, dei mutamenti d’umore e delle percezioni, attribuendo ai materiali un ruolo attivo nella traduzione di tali condizioni. I materiali non funzionano come meri supporti, ma come vettori sensibili di stati mentali, capaci di restituire tensioni, fragilità e variazioni emotive.
Accanto alle sculture e all’opera fotografica, in mostra è presente un nucleo significativo di opere su carta, che svela un’altra dimensione della pratica di Gennari: il disegno come spazio di emersione non controllata del pensiero. Se le sculture sono il luogo della misura e della progettazione, i disegni si configurano come territori di automatismo, di gesto compulsivo e di segno libero. Graffi, macchie, cancellazioni e sovrapposizioni restituiscono una soggettività frammentata, non ricomposta ma accettata nella sua instabilità. Se le sculture circoscrivono, i disegni disperdono; se le prime trattengono, i secondi moltiplicano. In questa tensione si apre quella che per l’artista si definisce come una propria metafisica autonoma, in cui l’io non si afferma ma si lascia attraversare. Come nella scrittura automatica surrealista, Gennari rinuncia alla sovranità dell’io creatore per farsi testimone di un processo che lo eccede, lasciando che l’opera registri ciò che accade prima della forma. Come nella scrittura automatica surrealista, anche qui l’artista rinuncia alla sovranità dell’io creatore, facendosi medium di forze che lo attraversano. Il gesto, denso e stratificato, a tratti barocco, si pone in tensione dialettica con il minimalismo scultoreo, attraverso un movimento incessante della mano che tenta di trattenere stati interiori prima della loro dissoluzione.
Perché mi guardi così? invita così a sostare in uno spazio di sospensione, dove l’identità non si definisce ma si interroga, dove lo sguardo diventa il luogo di un incontro instabile tra io e altro, tra forma e informe, tra ciò che siamo e ciò che ci sfugge. In questo senso, il progetto di Gennari si inserisce nella tradizione dell’autoritratto come dispositivo di conoscenza, ma ne rovescia la logica: non si tratta di riconoscersi, ma di perdersi; non di definirsi, ma di sottrarsi a ogni definizione definitiva.
Nel silenzio dello spazio espositivo, tra le geometrie di bronzo e i segni sulla carta, la domanda resta sospesa, rivolta a ciascuno di noi: perché mi guardi così? Forse perché ogni sguardo custodisce un enigma irriducibile, e proprio in questo scarto risiede la possibilità dell’arte: non risolvere l’io, ma darne forma alla sua complessità inesauribile.
[1] Georges Perec, L’infra-ordinario, Bollati Boringhieri, Torino 1994 p. 74.
[2] «Ogni materiale ha le sue peculiarità che generano un suono specifico nella coscienza dell'osservatore. A me piace combinare i materiali come fossi un alchimista, non seguo una regola ma solo la mia irrazionale sensibilità», citazione dell’artista tratta da Lorenzo Giusti, Io sono Francesco Gennari, in Francesco Gennari, Drawings Visual Essay Self-Portraits, Skira, Milano 2019, p. 176.
[3] Ibidem.
