ALCUNE NOTE SU SEQUELA

 

 

La mostra Sequela nasce come una riflessione laica sul concetto di fede e di spiritualità. All’interno dell’ex Chiesa di San Mattia, luogo di grande suggestione con una forte connotazione religiosa e cattolica, quindici artisti sono stati invitati ad esporre le proprie riflessioni sul rapporto tra il sacro e la vita. Ogni singolo lavoro in mostra racconta di un percorso personale di crescita spirituale e dell’incontro con il divino nella vita di ogni giorno. Centrale è il rapporto con la religione, vissuta come un momento di confronto intimo con la realtà della vita e le sue sofferenze. Molti degli artisti in mostra hanno scelto di confrontarsi con il simbolo cattolico della croce, strumento di martirio e al tempo stesso di redenzione e speranza, scelto come punto di partenza per una riflessione più ampia sulla mistica e sulla natura della vita umana. L’incipit della mostra è dato dall’opera di Fausta Squatriti, l’XI Stazione della serie Via Crucis: Gesù è inchiodato alla croce (1996/1997), un dittico fotografico in cui l’immagine di chiodi arrugginiti e di un tulipano appassito, evidenti rimandi alla passione di Cristo, si confrontano con la perfezione geometrica del quadrato, ripetuto come un modulo per cinque volte a costruire la forma della croce. Il quadrato per Squatriti assume simbologie esoteriche e alchemiche, elevato nella sua arte a simbolo di perfezione e sintesi. Il rimando al simbolo della passione è scelto anche da Daniela Comani, che in mostra è presente con lavoro che nasce come riflessione proprio sulla forma della croce. L’immagine si costruisce di centinaia di indirizzi internet, che rimandano alla vacuità spirituale di una società contemporanea ormai abituata a ricondurre ogni esperienza della vita ad un click.

La croce come strumento di martirio, ci restituisce l’immagine di un corpo di Cristo lacerato, straziato, sconfitto nella sua carnalità. Un atto di aggressione, come quello che compie Mariella Bettineschi nei confronti del foglio di carta, che diviene metafora di sofferenza e  passione.  Il bianco, steso con un gesto reiterato e continuo, porta all’annientamento della superficie, alle tensione verso un grado zero della materia, che ci conduce vero una purezza originaria del nostro sentire. Nell’opera di Elizabeth Aro c’è tutta la tradizione della religiosità latina, che l’artista recupera traducendola in opere dal forte impatto scenografico ed emotivo. In Red River, la più preziosa delle reliquie, il sangue di Cristo, si trasforma in una colata di pregiati tessuti broccati che scendono informi e invadono lo spazio irruenti, proprio come un fiume quando è in piena. Il sangue, che sgorga dalle ferite di Cristo, è per l’artista  un elemento di vita e di energia, superando il dolore e la sofferenza. E il rimando al sangue, alla sua assenza questa volta, è al centro anche delle riflessioni di Francesco Diluca che presenta in mostra l’opera Capillari. Il giovane sculture milanese mette in scena il dramma dell’uomo contemporaneo, la sua precarietà emotiva e spirituale. L’artista ci parla dell’animo umano, della sua inquietudine. Le sue sculture sono scheletri vuoti, forme di corpi leggermente abbozzati. Il sistema circolatorio che garantisce la vita è qui invece esposto ormai secco e privo di funzioni vitali. L’uomo di Diluca è come congelato in uno stato di anelito, di tensione verso lo spirituale. Una tensione che manca nella vanitas che Domenico Grenci propone per Sequela. Raffinati e immersi in un’atmosfera atemporale, i ritratti di Grenci travalicano la contingenza del mero dato corporale del soggetto, per creare un legame intimo con l’osservatore. Sfocati e corrosi dal bitume, i bellissimi volti delle sue donne-sirene, maliarde tentatrici, si presentano simili a ricordi svaniti di un sogno, ci conducono in un viaggio nel nostro Io più profondo. Ma al di là del loro aspetto seducente, una terribile verità è quella che aspetta chi si farà corrompere: vanitas vanitatum et omnia vanitas (vanità delle vanità, tutto è vanità). La seduzione della materia è effimera e nulla resta a chi decide di assecondarla dimenticando la volontà divina. Per chi vive nel peccato non resta che la redenzione attraverso l’iniziazione a Cristo, il battesimo. Questo la metafora attorno a cui ruota il video di Bill Viola , The Innocents, che fa parte della serie Transfigurations, ispirata alla mistica orientale. La catarsi dei due giovani adolescenti protagonisti del video avviene attraverso il passaggio rituale nell’acqua. Imperfetta e in bianco e nero, superato il muro d’acqua, l’immagine del video diviene nitida e a colori, in un viaggio che dalle tenebre ci conduce alla bellezza della luce. Al centro della chiesa campeggia Quasi un paesaggio di Elisabeth Sherffig. Una grande struttura a forma di croce, da attraversare e dalla quale guardare lo spazio intorno. L’opera di Sherffig porta con sé le contraddizioni del vivere, le sue durezze e le asperità, il ferro arrugginito che sostiene la struttura in contrasto alla leggerezza e al candore del velo di organza di seta. Su di esso, ricamati, i profili delle case di pescatori andalusi, la bellezza che traspare nonostante la durezza delle loro vite, quasi la rivelazione della grazia attraverso la sofferenza. L’iconografia cristiana è la base della ricerca di Letizia Cariello. Le sue opere sono singoli tasselli che formano una mistica personale e universale in cui l’artista trasforma oggetti personali in ex voto con i quali espia le proprie mancanze. E l’errore, visibile nelle cancellature con cui accompagna le scritte che ricama sulle opere, diviene una fonte importante di analisi e contatto con il divino. Il “Polittico – Bambino”, sull’altare maggiore, racconta uno dei drammi più addoloranti della nostra società contemporanea, l’olocausto e il suo riflesso nella mente di un bambino. L’ispirazione l’artista l’ha tratta dalla lettura del testo di Gitta Mallsz, I Dialoghi con l’Angelo. Ancora una volta effetti personali, i vestiti dei propri figli, si coprono di un significato assoluto, simboli di un dolore collettivo e di una rinascita nella bellezza e nella dolcezza che caratterizza ogni suo intervento.  Dal dolore di un bambino a quello di un madre: l’oro abbagliante presente come pala sull’altare maggiore fa parte della grande installazione di Julia Krahn, la Mutter auf der flucht, la Madre dei flutti. L’artista tedesca ci porta a ragionare su uno dei temi più attuali, l’ingente perdita di vite umane che si registra ogni giorno ai nostri confini. La madre rifugiata, nascosta, proprio come era Maria in Egitto, oggi è lì davanti ai nostri occhi e troppo spesso noi volgiamo lo sguardo altrove, ignorando la sua storia, ignorando il suo dolore. Allora ecco l’oro che ci abbaglia e ci attrae; l’oro che ci conduce magneticamente a guardare l’opera e scoprire, da un piccolo risvolto o da un piccolo dettaglio, che non si tratta della foglia oro che impreziosisce i templi buddhisti o le pale d’altare cattoliche: ma è l’oro delle coperte termiche. E lo sguardo corre verso il basso, verso quella piccola immagine sacra, di una donna che culla un bambino che non c’è, che non ce l’ha fatta. Di un dolore ignorato, di un dolore privato, di un dolore insuperabile. Ma la spiritualità non è solo sofferenza. La catarsi giunge anche attraverso la bellezza e il contatto diretto con la natura e i suoi elementi, in quanto emanazione diretta del divino.  Agli albori dell’età moderna Thoreau, lasciata la vita civile per rifugiarsi in un ritiro ascetico nei boschi del Massachusetts scriveva “in me stesso trovavo, e trovo, un istinto verso una vita più alta, o, come si dice, spirituale (come succede a molti uomini), e per un altro verso una vita selvaggia, primitiva ed esuberante: io le accettavo riverentemente ambedue” (Henry David Thoreau, Walden ovvero Vita nei Boschi, 1854). Quel selvaggio altro non era che il contatto diretto con la materia, un incontro con il proprio Es reso libero dalle sovrastrutture imposte della società borghese. Questo contatto con la materia e il primigenio, con la terra, muove l’opera anche di Maria Cristina Carlini, che presenta l’opera Khmer. La scultrice scopre le possibilità espressive di una materia “viva”, capace di condensare in sé tutta l’energia della terra. Khmer è un’opera che in sé porta il ricordo di un viaggio ai confini dell’Oriente, l’attraversamento di un luogo sacro in cui il misticismo si perde nella storia dei tempi. Banteay Srei o “Fortezza delle donne” è un antico tempio dedicato al dio indù Shiva, e sorge non lontano dalla città di Angkor, in Cambogia. Punta tra le più alte raggiunte dall’arte dell’antica civiltà Khmer, Banteay Srei è stato realizzato quasi esclusivamente in arenaria e il ricordo delle sua matericità e delle sue decorazioni mistiche pervade tutta l’opera di Maria Cristina Carlini. La geometria, organica e vitale, di Khmer si confronta con l’ascesa verticale – l’aspirazione verso il mistico – delle strutture che compongono l’installazione: Khmer diviene così un elemento di congiunzione tra la terra, sempre presente nell’opera di Maria Cristina Carlini, e il cielo, a cui ambisce e verso cui tende la scultura. Anche l’opera di Maria Lai contiene in sé un riferimento alla Terra e al suo potere salvifico. La spiga è presentata qui nel suo valore di simbolo di rinascita, fertilità e di speranza nel futuro. La spiga è il simbolo della primavera, della vita che torna a trionfare sulla morte. Molti i riferimenti al grano che si trovano nel Vecchio e nel Nuovo Testamento. Ma il rimando più pregno di significato è nel pane che diventa corpo stesso di Cristo. Il rimando alla Terra ai suoi elementi, è vivo anche nell’opera di Davide Benati, autore di lavori di grande lirismo che celebrano la bellezza della natura e dei suoi elementi. Aire è un grande acquerello su carta, contraddistinto da un raffinato gioco di controluce, di trapassi cromatici, dai bruni ai rossi, ai gialli intensi, che ci conducono verso il centro ideale dalla composizione, la luce che filtra e si fa strada vittoriosa attraverso le foglie del ginkgo. La luce che è il simbolo dello spirito e del mistico che pervade e accoglie ogni vita umana. La natura è pervasa e trasfigurata dalla presenza della luce al suo interno anche nell’opera presentata da Giulia Dall’Olio. La pittrice ci racconta di una natura sopraffatta e coinvolta nel movimento divino. I paesaggi dipinti da Dall’Olio sono immagini di luoghi reali, il territorio emiliano in cui l’artista è nata e cresciuta, attraversati da elementi di disturbo per la visione. Tagli, incisioni, colature: sfigurazioni del dato reale che connettono l’osservatore ad una dimensione altra del paesaggio, carica di significati mistici e di potenza visionaria. L’albero, che nella Cabala simboleggia le leggi che regolano l’universo, è pervaso dalla potenza mistica di una luce che dal tronco si espande e attraverso l’esterno. Dalle leggi universali trae ispirazione anche il lavoro di Gencay Kasapçi, autrice di suggestive composizioni di piccoli elementi circolari, quasi punti, che ritmicamente si ripetono nello spazio, seguendo un ordine decorativo preciso. Nella sua opera, il punto diviene la base da cui parte la vita, analogo alla cellula e allo stesso tempo rappresentazione degli elementi dell’universo: macro e microcosmo ricondotti ad un unico simbolo geometrico.

Chiude idealmente il percorso espositivo l’opera Cantica di Maurizio Osti. L’opera si compone di tre grandi libri che si aprono sul pavimento ognuno con una valenza escatologica ben precisa: genesi, esodo e apocalisse. Il Libro dei Libri diventa un’azione ontologica, un gesto di apertura e chiusura del testo che opera l’artista paragona alla vita che si apre e si chiude dietro il capriccio del destino o per volontà di Dio creatore e generatore di vita.

©  Leonardo Regano 2018 - 20
  • Grey Instagram Icon
  • Grey Facebook Icon
  • Grey Twitter Icon